QUIET APRICOT CRUMBLE.

22 luglio 2013 § Lascia un commento

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Sono di poche parole in questi giorni. Sarà la luna piena. Saranno le zanzare. Sarà che le mie parole cominciano ad annoiarmi. Sarà che non sopporto più questo brusio di sottofondo. Sarà che nel silenzio ascolto cose più interessanti. Ieri sera ho avuto un’intuizione, una piccola cosa. Ad una mostra di un artista a me sconosciuto, di fronte alla sua prima installazione, senza saperne nulla, ho intuito al volo ciò che si nascondeva dietro a quel letto sfatto con accanto un forno aperto. E non era qualcuno che si stava preparando la colazione. Non ho cercato il significato, non ho letto la spiegazione, non ho capito e interpretato la motivazione. Ora shhhhhhhhhhhhh, silenzio.

CRUMBLE DI ALBICOCCHE

130 gr burro + 30 gr per le albicocche

160 gr farina

130 gr zucchero di canna

un pizzico di sale

40 gr mandorle affettate

buccia grattugiata e succo di 1 limone

700 gr albicocche

timo fresco e pepe nero

Tagliate a cubetti i 130 gr di burro e metteteli in una ciotola con la farina, lo zucchero di canna, il sale, le mandorle affettate e la buccia di limone grattugiata. Mescolate tutto con un cucchiaio di legno fino a quando l’impasto avrà raggiunto l’aspetto di una grossa semola. Se lo lavorate con le mani, il burro si scioglierà e l’impasto avrà un aspetto più compatto. Mettete su un piatto e lasciate in frigorifero. Scaldate il forno a 170 °C. Pulite e snocciolate le albicocche, tagliandole in 4. In una padella antiaderente fate sciogliere i restanti 30 gr di burro e metteteci le albicocche. Lasciate cuocere per pochi minuti, aggiungete il succo di limone, il timo e una macinata di pepe nero e mescolate. Mettete le albicocche in 3 ciotoline da gratin o in una tortiera da gratin, cospargetevi la pasta del crumble e mettete in forno per 20 minuti circa. Servite tiepido o freddo con un pò di gelato alla vaniglia._MG_1993_MG_1996_MG_2004_MG_2018_MG_2029_MG_2034_MG_2063_MG_2069_MG_2071_MG_2086_MG_2100

LET YOURSELF GO, YOUR FEET WILL RISE.

16 luglio 2013 § 2 commenti

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“Nel momento in cui ti lascerai andare, staccherai i piedi da terra e riuscirai a sollevarti”. Ecco, non è una metafora allusiva ma la pura e vera realtà, perchè io ero fisicamente a testa in giù e stavo cercando di tirare su le mie gambe per mettermi in verticale. Ma nulla, più rigida di uno stoccafisso, più pesante di un mammuth, mi sentivo leggera come un lottatore di sumo. E soprattutto stavo faticando come se stessi mantenendo tutto il peso del mondo sulle mie spalle. Pure la mia insegnante ha cercato di alzarmi, afferrandomi i fianchi e tirandoli su, ma niente, non riuscivo a staccare quel piedino da terra. Eh sì che ce la stavo mettendo tutta, i muscoli delle spalle e delle braccia tirati come un arco pronto a scoccare la freccia. E come dice lei, posseggo effettivamente due braccia rubate all’agricoltura. Come diavolo sia possibile, non lo so. Cioè sì lo so, me lo ha spiegato lei dopo, con quella frase è riuscita a darmi esattamente una visione della mia situazione. Rigida. Radicata. Pesante. Immobile. Che fantastica visione. Non che io sia mai stata una farfallina leggiadra, ma riuscire a staccare quei piedi da terra credo che mi sia concesso. Quanto inchiostro è stato sprecato per parlare di ormeggi mollati e porti lontani, ancore salpate e imbarcazioni in mare aperto, ma io non sto cercando di trascinare tonnellate di metallo galleggiante qualche chilometro più in là, sto semplicemente tentando di scollare 3 dita del mio piede dal pavimento e portarle qualche decina di centimetri sopra la mia testa. Nulla di così impossibile, di così irraggiungibile direi. O no? No no, direi proprio di no. Ho attraversato il mondo da sola, ho affrontato da sola tante situazioni, eppure ora trovo difficile spostare un piede. Quei piedi che ho spostato milioni di volte, quei piedi che mi hanno portata ovunque, che sono saliti, sono scesi, sono scivolati, hanno saltato, danzato e corso, ora devono imparare l’ennesima lezione: a non fare nulla, proprio nulla, a lasciarsi andare e farsi trasportare in alto.  A fidarsi che quella parte che loro hanno sempre osservato dal basso e che sono abituati a sorreggere da una vita, sia in grado di sorreggere loro per una volta. Ce la faranno? Ne sono sicura. Ma ho l’impressione che quando finalmente riusciranno a farlo, non ne vorranno assolutamente sapere di tornare giù.

INSALATA DI MIGLIO AL PESTO

200 gr miglio

qualche foglia di basilico fresco

noci, anacardi e semi di zucca

parmigiano

olio evo

1 cetriolo

2 pomodori

1 barattolo di ceci già cotti

feta

lime

timo fresco

sale e pepe

Cuocere il miglio in acqua salata per 15 minuti (o quelli riportati sulla confezione), scolare e lasciare raffreddare. Preparare il pesto con le foglie di basilico fresco, noci, anacardi e semi di zucca, parmigiano e olio evo. Tagliare a cubetti il cetriolo e i pomodori. Scolare bene i ceci. Tagliare a cubetti la feta. E mescolare tutti gli ingredienti insieme. Aggiungere una spruzzata di lime, sale e pepe a piacimento, e decorare con qualche seme di zucca e qualche rametto di timo fresco._MG_1611_MG_1624_MG_1625_MG_1634_MG_1647_MG_1654_MG_1660_MG_1665_MG_1680_MG_1684_MG_1729_MG_1695_MG_1686

THE DAISY DROWNED IN THE GREEN SOUP.

5 luglio 2013 § Lascia un commento

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La mia margherita, sono così fiera di lei. E sono così fiera di me, per averla capita prima di perderla per sempre. Sì, perché dopo essermene innamorata al mercato ed averla portata a casa, l’ho messa in un bel vaso di ceramica bianco sul balconcino, per darle importanza e per esaltare i suoi colori. Era bellissima con tutti i suoi fiori aperti e tutti i petali rivolti verso il sole, era un’esplosione di salute e io la guardavo con ammirazione. Ho cominciato ad annaffiarla tutti i giorni, al mattino appena sveglia, era un pò come bere il caffè insieme e fare due chiacchiere, mentre lei mi mostrava tutti i suoi piccoli boccioli pronti a sbocciare e io ricambiavo con un sorriso un pò assonnato. Quest’idillio è durato finché una mattina l’ho guardata e mi sono accorta che tutti i suoi fragili bocciolini erano sempre uguali, non si decidevano a sbocciare, anzi, stavano assumendo un colore non troppo rassicurante…insomma, erano secchi. Morti. Stecchiti. E mi sono chiesta cosa stessi facendo di sbagliato, dato che era fuori all’aria aperta, l’annaffiavo tutti i giorni regolarmente e assumeva la sua dose di sole giornaliera. Cosa c’era che non andava??? Ho aspettato qualche giorno ma la situazione non faceva altro che peggiorare. I fiori ormai erano tutti appassiti, i boccioli sempre più simili a dei sassi, le foglie sempre più gialle e secche. Ho deciso che forse era il caso di tagliare i fiori secchi, e l’ho fatto. Ma non è avvenuto nessun cambiamento. Nulla. Sempre peggio. La guardavo per ricevere una risposta, una soluzione, ma ovviamente non udivo nulla (è una pianta, è viva sì, ma ancora il dono della parola non lo possiede). Allora mi sono detta ‘Ma cristo, se la lascio dov’è e continuo a fare sempre le stesse cose, finirò per ammazzarla! Cosa mi aspetto, che migliori se la tratto sempre allo stesso modo e non provo a cambiare qualcosa?!’. E così ho fatto. L’ho tirata fuori dal suo meraviglioso e decorativo vaso di ceramica, e mi sono resa conto che era pieno di acqua stagnante. Stava annegando. L’ho spostata dal suo angolo e l’ho messa più in alto, più esposta al sole, sospesa sul davanzale, dove l’acqua poteva anche fuoriuscire e fluire più liberamente dal suo vasetto striminzito di plastica nera. Ho tagliato tutto, ma proprio tutti i rami e le foglie e i fiori e i boccioli secchi e morti. Ho eliminato tutto, e ho lasciato solo quello che aveva ancora un colore acceso, che era ancora vivo. Era ben poco rispetto all’inizio, ma c’era, qualcosa era rimasto. E ho iniziato ad annaffiarla di sera, e non più di mattina. Beh, non ci potevo credere, nel giro di un paio di giorni, è risorta. E’ esplosa come una bomba, è incontenibile. Ci sono boccioli dappertutto, foglie nuove nate nei posti più nascosti, fiori che si schiudono a vista d’occhio, e quello che mi fa più piacere, è vedere la vita che le ronza intorno in continuazione, che ne è attratta, che si appoggia sul suo polline e ne succhia il nettare. Ecco, potevo accanirmi su di lei, continuando a ripetere gli stessi gesti nella vana speranza che migliorasse e tornasse a splendere come agli inizi. Oppure cambiare il mio e il suo punto di vista, tentando qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso. Beh direi che alla fine la risposta me l’ha data, forte e chiara.

VELLUTATA TUTTA VERDE (PER INCREMENTARE IL POLLICE VERDE)

2 cetrioli

1/2 avocado

una ventina di fave cotte e sbucciate

il succo di mezzo lime

10 foglie di menta

sale

olio

peperoncino in polvere

100 ml acqua fredda

anacardi tostati e salati per decorare

pane fresco integrale

Pelare e tagliare a pezzetti i cetrioli, e tenerne qualche cubetto da parte, insieme a qualche fava. Sbucciare e tagliare a pezzetti la metà di un avocado maturo. Mettere in una ciotola capiente i cetrioli, l’avocado, le fave cotte e sbucciate, il succo di mezzo lime, le foglie di menta, olio, sale e peperoncino a piacimento, e cominciare a rendere tutto una crema col minipimer. Aggiungere acqua fredda lentamente per controllarne la consistenza. Quando avrà raggiunto la consistenza cremosa che più preferite, assaggiate e nel caso regolate di sale, peperoncino e menta. Mettetela in un piatto fondo o ciotola, e condite con un filo di olio, qualche cubetto di cetriolo, qualche fava e degli anacardi tostati e salati. Tagliate a fette il pane e fatelo tostare. Tagliatelo poi a larghe strisce o fatene dei crostini, come preferite, e mettetelo sulla vellutata. Questo piatto aumenterà il vostro pollice verde, ne sono sicura…. Ah l’ho provato poi anche con dei piselli surgelati al posto delle fave, e i miei 10 commensali hanno molto apprezzato!

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